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FAQ Consulenza

Riportiamo le principali FAQ di interesse comune ed uso frequente riguardanti la gestione amministrativa e fiscale delle organizzazioni di volontariato.

1. Stiamo riorganizzando l'archivio dei documenti della nostra associazione: dichiarazione dei redditi, bolle di trasporto, fatture, libro volontari. Per non commettere l'errore di eliminare documenti che, invece, vanno tenuti da parte, vi chiediamo, quali sono i tempi di conservazione?

Prima di tutto occorre chiarire che esistono due distinti termini di conservazione dei documenti, secondo la normativa di riferimento, civilistica o fiscale, e quindi delle motivazioni in base alle quali i documenti sono conservati e possono essere utilizzati. Ai fini fiscali, il termine è quello ordinario di accertamento, che è ora di quattro anni dall'anno in cui scadeva il termine di presentazione della dichiarazione (cinque in caso di dichiarazione omessa). Per prudenza, anche in relazione alla proroga dei termini disposta dalla Legge 289/2002 (condono) per chi non aveva presentato il condono stesso, riterrei con tranquillità di distruggere tutti i documenti avente unicamente rilevanza fiscale (compresi i documenti Iva) sino al 31.12.1996. Ai fini civilistici, il termine di dieci anni dopo i quali non è più obbligatoria la conservazione dei documenti (la normativa civilistica si riferisce unicamente alle fatture e alle lettere e ai telegrammi emessi e ricevuti, oltre naturalmente al libro giornale di contabilità, al libro inventari) è riservato, ai sensi dell'art. 2220 C.C., agli imprenditori, quindi, in teoria, non essendo classificabile l'Ente tra gli imprenditori, potrebbe sostenersi l'inesistenza di un termine: in ogni caso sarà opportuno mantenere la conservazione decennale, per prudenza e correttezza amministrativa. Ricordiamo che il terzo comma dell'art. 2220 permette la conservazione dei documenti come registrazioni su supporti di immagini, sempre che siano immediatamente stampabili e rese leggibili. Le "bolle di viaggio" devono ritenersi analoghe alla documentazione fiscale, quindi applicherei il primo dei due termini sopra citati: allo stesso modo si devono intendere, a mio parere, i documenti relativi ai volontari di cui alla Legge 266/91.

2. Una persona notoriamente contraria alle modalità con cui perseguiamo i nostri scopi ha fatto richiesta di diventare socio della nostra associazione. Secondo il nostro statuto l'ammissione deve essere deliberata dal direttivo. Con quali modalità possiamo non ammetterlo? Quali sono le conseguenze?

L'associazione è un contratto aperto in cui è prevista la possibilità di adesione successiva di nuovi membri, oltre ai fondatori che l'hanno costituita. Infatti, l'art. 16 c.c., relativo alle associazioni riconosciute (ossia che hanno personalità giuridica) richiede espressamente che lo statuto indichi le condizioni di ammissione di nuovi associati, ed è opinione assolutamente prevalente che tale previsione debba applicarsi anche alle associazioni non riconosciute. In ogni caso, lo statuto dell'associazione che ci sottopone la richiesta di parere prevede l'ammissione di nuovi associati previa deliberazione del consiglio direttivo. In genere gli statuti definiscono in modo molto generico i requisiti necessari affinché soggetti estranei all'associazione possano richiedere di farne parte. Spesso l'unico requisito consiste nel condividere le finalità dell'associazione. Cosa accade dunque se nonostante il richiedente soddisfi i requisiti formali richiesti dallo statuto per l'ammissione, si ritiene non condivida lo spirito dell'associazione? E' opinione condivisa che non vi sia un diritto del richiedente ad essere ammesso nell'associazione, nemmeno qualora soddisfi tutti i requisiti indicati nello statuto. La richiesta di associarsi può essere assimilata a una proposta contrattuale che in assenza di un obbligo a contrarre imposto dalla legge, può tranquillamente essere rifiutata a discrezione dell'associazione. In questo caso, il richiedente non essendo membro dell'associazione non avrà alcun titolo per impugnare la delibera del consiglio direttivo che gli ha rifiutato l'ammissione. La comunicazione del rifiuto da parte dell'associazione non necessita di particolari formalità e in particolare non richiede che venga indicata la motivazione. Infatti, il richiedente quale terzo estraneo al rapporto associativo non ha comunque il diritto di mettere in discussione la causa della mancata ammissione, né può pretendere che lo facciano coloro che già sono membri dell'associazione. Quanto detto è applicabile a ogni tipo di associazione, salvo che lo statuto non preveda specifiche disposizioni in merito. Tuttavia, qualora si tratti di associazioni, come le organizzazioni di volontariato iscritte al Registro, le ONLUS e gli enti di tipo associativo di cui all'art. 5 d.lgs. 460/97, che per legge debbono soddisfare il requisito di democraticità della struttura ovvero di effettività del rapporto associativo, è necessario che la mancata ammissione del richiedente sia motivata dinnanzi agli associati. Infatti, a differenza del terzo richiedente, coloro che sono già membri dell'associazione hanno diritto di conoscere e discutere come vengono applicati i criteri di ammissione, che per previsione di legge devono essere espressamente indicati nello statuto.

3. Per la realizzazione di un progetto la nostra associazione ha intenzione di effettuare una raccolta di materiali usati in alcuni negozi della nostra zona. Ogni negozio avrà un contenitore per la raccolta di occhiali e altri oggetti. Possiamo farlo? Con quali modalità?

Per raccogliere occhiali usati, così come vestiti o altri oggetti analoghi, non è necessaria alcuna autorizzazione. Presupponendo che i beni siano raccolti allo scopo di ridistribuirli gratuitamente, si suggerisce di tenere documentazione di quanto ricevuto e dei soggetti (o delle categorie di soggetti) a cui tali beni sono stati destinati, al fine di mostrarla agli esercizi commerciali coinvolti e ai donanti che eventualmente lo richiedessero. Se i beni sono destinati alla cessione gratuita, l'impostazione fiscale della problematica sopra specificata non dovrebbe dare problemi, in quanto l'attività citata non si configura come attività imprenditoriale e quindi non dovrebbero applicarsi le normative relative alle cessioni gratuite di beni. Quindi, a meno del caso assai improbabile che l'associazione sia classificata fiscalmente come ente commerciale, nessun obbligo fiscale grava sulla associazione stessa. Se invece i beni usati sono destinati a produrre ricavi in capo alla Associazione, in quanto ceduti a soggetti che li pagano (magari riutilizzandone i componenti) l'impostazione fiscale differisce a seconda del tipo di organizzazione:

  • se la associazione è iscritta al Registro del Volontariato, l'operazione non è soggetta ad Iva per effetto dell'art. 8 L. 266, ed è compresa tra le attività marginali irrilevanti ai fini delle imposte dirette previste nel D.M. 25.5.1995;
  • se l'Associazione è Onlus, l'attività potrebbe rientrare tra quelle connesse, assoggettate ad Iva ma i cui proventi non concorrono a formare il reddito imponibile;
  • negli altri casi, ci si troverebbe di fronte ad una attività in qualche modo imprenditoriale, assoggettata ad imposte dirette e indirette.

4. Siamo un'associazione di volontariato, il nostro statuto prevede la possibilità che i soci decadano per mancato versamento della quota sociale. Vorremmo sapere se la decadenza è automatica con la fine dell'anno sociale o se si può prevedere un periodo nel quale regolarizzare la posizione dei soci morosi. L'eventuale decadenza deve essere deliberata?

In genere, il mancato versamento della quota associativa è causa di esclusione del socio e l'esclusione deve essere evidentemente deliberata. L'utilizzo del termine "decadenza" lascia invece supporre un automatismo, senza quindi bisogno di altro che dell'accertamento di un fatto; di norma ciò avviene con il decorso dell'anno sociale o del termine per il rinnovo eventualmente previsto nello Statuto. Proprio per il fatto che la decadenza consegue in modo automatico al verificarsi di un determinato fatto, non è necessaria alcuna delibera che disponga la decadenza del socio inadempiente. È comunque consigliabile una delibera del consiglio direttivo in cui si accerti l'avvenuto verificarsi delle condizioni che la determinano per gli adempimenti del caso (cancellazione etc.).
La possibilità di prevedere un periodo ulteriore, o eventualmente una procedura che consenta ai soci morosi la regolarizzazione della propria posizione, è un potere rimesso alla volontà dell'organo direttivo; è da notare che la sanzione dell'esclusione viene adottata in genere in quelle associazioni per le quali l'apporto economico rappresentato dalla quota associativa riveste un'importanza maggiore rispetto alla prosecuzione del rapporto associativo.

5. È obbligatorio indicare nello statuto di una Organizzazione di Volontariato non iscritta chi è il titolare del potere di firma sul conto corrente bancario o postale, o è implicitamente ascrivibile al presidente?

Nello statuto di un'associazione non è obbligatorio, ma è consigliabile indicare a quali soggetti (presidente, consiglieri o terzi delegati) è attribuito il potere di firma.
Tale funzione, infatti, non è scorporabile dagli altri poteri, attribuito dallo statuto o dalla legge, agli amministratori delle associazioni e, in particolare, al presidente del consiglio direttivo. Nel corso di una apertura di un conto corrente, spesso, gli istituti di credito, in assenza di forme legali di pubblicità delle associazioni non riconosciute giuridicamente, per verificare la legittimazione a emettere assegni in capo a terzi hanno la necessità di identificare precisamente e nominativamente i soggetti, delegati dall'associazione, le cui firme debbono essere depositate sul contratto.
Per cui, nel caso lo statuto dell'associazione è sprovvisto di tale indicazione, è opportuno consegnare all'istituto di credito o all'ufficio postale dove è depositato il conto corrente dell'associazione, una apposita delibera del consiglio direttivo che confermi il "potere di firma" a uno o più soggetti: presidente, consiglieri o terzi delegati a questo.

6. Siamo una organizzazione di volontariato non iscritta al registro. Un nostro collaboratore/volontario viaggia spesso per conto dell'organizzazione. Dobbiamo riconoscergli i rimborsi spese chilometrici e in che modo?

La risposta al quesito è sicuramente affermativa. La Legge 266/91 consente di rimborsare al volontario le spese effettivamente sostenute per l'attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalla organizzazione cui il volontario aderisce. Le spese sostenute dal volontario nell'interesse dell'organizzazione, da questa rimborsate, sono esenti da qualsiasi ritenuta fiscale e previdenziale. E' opportuno che l'Organizzazione così come previsto dalla Legge 266/91, stabilisca preventivamente il valore di rimborso dei chilometri effettuati dal volontario. Per quanto riguarda invece le 3 modalità con cui è possibile effettuare il rimborso delle spese, poiché la citata Legge precisa che sono rimborsabili le spese effettivamente sostenute, è opportuno che il volontario presenti una richiesta di rimborso in cui siano dettagliati in modo analitico date, luoghi e motivo degli spostamenti.

7. Siamo un'organizzazione di volontariato iscritta al Registro del Volontariato e quindi Onlus di diritto. Per ampliare i nostri servizi e far fronte a un'esigenza manifestata dai nostri utenti, abbiamo intenzione di fornire un servizio di consulenza professionale. Il servizio, svolto da consulenti dell'associazione, verrebbe reso a pagamento. Possiamo farlo? Se sì, entro quali limiti e con quali modalità?

Il servizio di "consulenza" potrebbe rientrare nell'ambito delle attività commerciali e produttive marginali specificate dal D.M. 25/5/95 effettuabili dalle Organizzazioni di Volontariato in regime di esenzione delle imposte dirette. Tali attività devono essere funzionali alla realizzazione del fine istituzionale dell'organizzazione. Gli eventuali proventi dovranno essere integralmente reimpiegati per il conseguimento dei fini istituzionali. Le modalità del servizio dovranno prevedere che il pagamento del servizio reso si effettui mediante la corresponsione di "corrispettivi specifici che non eccedano del 50% i costi di diretta imputazione" ai non soci (nei limiti sopra evidenziati) è, pertanto, condizionato al rispetto dei vincoli statutari che riassumiamo di seguito. Il servizio reso deve essere:

  • riconducibile alle finalità istituzionali dell'Ente;
  • deve rimanere ferma la non retribuibilità del volontariato "in alcun modo", nemmeno direttamente da parte del beneficiario, in special modo se il consulente è pure volontario dell'organizzazione;
  • l'attività volontaria deve essere, complessivamente, sempre determinante e prevalente rispetto a quella prestata da lavoratori dipendenti od autonomi come, ad esempio, i consulenti esterni che non siano volontari.

Qualora la prestazione sia resa da un soggetto esterno alla organizzazione, la stessa potrà essere riaddebitata con una maggiorazione non superiore al 50%. Infine, è opportuno che l'organizzazione ricordi che alcune consulenze sono riconducibili a professioni esercitabili attraverso l'iscrizione in albi o abilitazioni professionali (architetto, geometra, ingegnere, dottore commercialista, avvocato, medico, infermiere professionale, fisioterapista, psicologo, etc.....) e pertanto devono essere fornite attraverso figure professionali in possesso delle abilitazioni di legge, onde evitare di incorrere in sanzioni.

8. Siamo un'associazione di volontariato iscritta al registro regionale del volontariato. Cosa dobbiamo fare per modificare lo statuto? Qual è il procedimento?

L'associazione dovrà verificare se il proprio statuto è stato redatto per atto pubblico o per scrittura privata registrata, forme entrambe utilizzabili ai fini dell'iscrizione al registro regionale del volontariato. La modifica dello statuto dovrà avvenire innanzitutto nel rispetto delle norme statutarie relative alla modifica appunto dello statuto. Per quanto concerne la forma, il contenuto e la procedura tutto dovrà avvenire nel rispetto dei requisiti richiesti originariamente per l'iscrizione al registro regionale del volontariato, ovvero:

  • in merito alla forma, la modifica dovrà avvenire nella stessa forma applicata originariamente allo statuto (per esempio se redatto in forma di atto pubblico le modifiche dovranno essere anch'esse redatte in forma di atto pubblico ecc...);
  • il contenuto dovrà rispettare i requisiti richiesti originariamente per l'iscrizione al registro regionale del volontariato;
  • eseguita la modifica è opportuno comunicare (alla sezione provinciale o a quella regionale) le modifiche apportate per la verifica del mantenimento dei requisiti di organizzazione di volontariato.

9. Siamo una associazione che non ha mai provveduto, nonostante l'attività di alcuni anni, a registrare lo statuto presso l'Ufficio del Registro. Possiamo definirci comunque a tutti gli effetti una associazione esistente secondo la legge?

L'art.18 della Costituzione garantisce la libertà di associazione precisando che "i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale". La legge ai fini della esistenza giuridica di una associazione non richiede nessuna formalità particolare, né per quanto riguarda la forma dell'atto costitutivo potendo ben essere costituita oralmente, né per quanto riconoscimenti pubblici specifici. L'associazione si costituisce ed esiste in quanto formazione sociale dove si svolge la personalità dell'uomo e che persegue scopo lecito di natura non economica (in tal caso rientriamo nel concetto di impresa esercitata nella forma societaria). L'associazione esiste in quanto sussiste una volontà comune degli associati di riunirsi per perseguire uno scopo comune e per favorire lo svolgimento della personalità del singolo individuo. Ciò nonostante, la registrazione dell'atto, seppur irrilevante ai fini costitutivi dell'associazione, può diversamente essere rilevante e spesso necessaria al fine dell'iscrizioni della associazione in albi e/o registri previsti da leggi speciali del settore associativo, nonché per accedere a contributi e/o agevolazioni di legge. La registrazione dello Statuto avviene presso l'Ufficio del Registro (oggi Agenzia dell'Entrate). E' bene precisare che la registrazione di un atto si concretizza di fatto con il deposito dell'atto stesso presso l'Ufficio tributario che provvederà a "registrarlo" cioè a datarlo (apposizione di timbro di deposito che conferisce data certa all'atto stesso) e a numerarlo (conferimento di un numero progressivo di registrazione al fine di identificare in termini certi l'atto depositato).

10. Come passare giuridicamente da una situazione di comitato di fatto ad una associazione iscritta al registro delle Organizzazioni di volontariato. Quali sono le differenze?

La figura del comitato trova la sua disciplina giuridica in poche norme del codice civile, precisamente negli artt. 39-40-41-42 inseriti nel libro I - delle persone giuridiche e della famiglia-.
Il comitato si costituisce mediante un contratto che più persone stipulano per il perseguimento di uno scopo comune. In particolare esso mira necessariamente alla formazione di un patrimonio da destinare al raggiungimento di un predeterminato scopo.
Si nota quindi come questa figura unisca i caratteri tipici dell'associazione con quelli della fondazione, per poi delinearsi come soggetto a sé stante che si presenta qualora un gruppo di persone si propone di raccogliere fondi per un determinato scopo.
In merito alla costituzione di un comitato la legge non richiede forme particolari, di conseguenza il comitato può essere costituito con qualunque forma, anche verbalmente.
L'associazione presenta caratteri in parte diversi e peculiari rispetto al comitato. Elementi essenziali per l'associazione sono: il contratto che unisce i membri del gruppo per la realizzazione di un interesse comune a tutti i soggetti che partecipano alla associazione; lo scopo ovvero l'impegno a soddisfare i bisogni di natura ideale o comunque non economica dei propri membri; la struttura organizzativa tipica, cioè l'obbligo per l'associazione di dotarsi di due organi, l'assemblea e gli amministratori.
Il passaggio prospettato nel quesito da comitato ad associazione richiede in teoria diversi momenti.
Innanzitutto è necessario provvedere formalmente alla costituzione di una associazione ex novo, quindi è necessario procedere alla estinzione del comitato; estinzione che, non essendo il Comitato dotato di personalità giuridica, si limita, in termini procedurali, all'adozione di una delibera dei membri del Comitato (Promotori, Organizzatori e Sottoscrittori), che estingua l'Ente e trasferisca il patrimonio residuo alla istituenda Associazione.
Nel caso di trasferimento di fondi attivi alla istituenda Associazione, essendo stati raccolti i fondi del Comitato sul presupposto di un affidamento dei finanziatori sul raggiungimento dello scopo del Comitato, gli stessi dovranno risultare vincolati a tale scopo, o, se impossibile ad uno analogo, anche una volta trasferiti nel patrimonio dell'istituenda Associazione.
Essendo prospettato nel quesito che la natura del Comitato in questione è quella di un mero Ente di fatto, cioè non sorretto da regole scritte per la sua istituzione ed il suo funzionamento, è da ricordare che in ogni caso, laddove i membri del Comitato, senza provvedere allo scioglimento, volessero trasformare l'Ente direttamente in soggetto Associativo, sarebbe necessario che, al fine dei requisiti richiesti dalla L.266 gli stessi adottino almeno la forma della scrittura privata da sottoporre a registrazione.
Tale soluzione, più celere, è però in realtà poco rispettosa del significato sostanziale della forma Comitato, per i motivi sopra esposti, anche se resta alla responsabilità dei Promotori verificare se effettivamente, al di là dell'uso dei termini, Comitato/Associazione, l'effettiva rappresentazione all'esterno della natura dell'Ente di fatto non fosse già quella di un Ente Associativo, basato cioè sulla volontà ideale di una pluralità di persone e quindi si possa optare per una più celere scelta di trasformazione/costituzione.
Naturalmente l'associazione deve avere nel nostro caso i requisiti (evidenziati quindi nello statuto) previsti dall'art.3 della legge 266/1991 per le associazioni di volontariato.
Infine è possibile fare richiesta di iscrizione al registro delle organizzazioni di volontariato all'ente regione. L'iscrizione permette all'associazione di poter usufruire di contributi pubblici, stipulare le convenzioni, beneficiare di particolari agevolazioni fiscali. E' necessario, oltre a possedere i requisiti previsti dalla legge, allegare alla richiesta di iscrizione la copia dell'atto costitutivo e dello statuto. Il procedimento d'iscrizione è regolato dettagliatamente dall'art. 6 legge 266/1991.

11. Siamo un'associazione di volontariato non iscritta al Registro e non siamo ONLUS. Esistono delle agevolazioni fiscali per la nostra condizione?

Le agevolazioni fiscali riservate ai soggetti non ONLUS che non appartengono alla categoria delle organizzazioni di volontariato iscritte ai relativi registri esistono, anche se in forma limitata, e attengono alla generale posizione degli enti non commerciali, ossia quegli enti che per oggetto esclusivo o principale non hanno la attività di impresa.
Ad esempio, gli enti non commerciali:

  • possono effettuare raccolte pubbliche di fondi effettuate occasionalmente, anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione, senza che i relativi proventi costituiscano reddito imponibile (art. 108 comma 2 bis D.P.R: 917);
  • non fanno concorrere alla formazione del reddito imponibile i contributi da enti pubblici derivanti da attività in convenzione o accreditamento (art. 108 medesimo comma);
  • possono accedere a regimi fiscali forfettari particolarmente interessanti dal punto di vista della percussione fiscale e degli adempimenti, come il regime ex L. 398/91, riservato oltre che alle associazioni sportive dilettantistiche anche a tutti gli enti senza fini di lucro;
  • possono beneficiare, se enti di tipo associativo con alcune condizioni, delle agevolazioni relative all'esclusione dal campo fiscale delle prestazioni svolte nei confronti dei propri soci, associati e partecipanti previste dall'art. 111 D.P.R. 917 e art. 4 D.P.R. 633.

Tutte le agevolazioni sono sottoposte alla condizione di verifica dell'effettiva preponderanza della attività non commerciale su quella commerciale: infatti, ai sensi dell'art. 111 D.P.R. 917 come modificato dall'art. 6 D.Lgs. 460 se un ente pur con finalità non commerciale vede l'attività commerciale divenire prevalente, si applicano all'ente stesso le normative previste per gli enti commerciali.

12. Lo statuto della nostra Odv iscritta al registro prevede che i membri del Consiglio Direttivo "decadono qualora sono assenti ingiustificati per tre volte consecutive". Qualora si verificasse tale fatto, quali sono le modalità, gli adempimenti e le comunicazioni da effettuare per far decadere il consigliere e nominarne un altro?

In assenza di una specifica disciplina statutaria e legislativa in ordine alle procedure da adottare in caso di decadenza del membro del consiglio direttivo di una associazione a causa di ingiustificate assenze, occorre far riferimento per analogia alla disciplina generale dettata dall'art. 24 del codice civile in materia di "recesso ed esclusione degli associati".
In particolare la richiamata norma esprime due principi importanti:

  • l'esclusione dell'associato è deliberata dall'assemblea. L'organo collegiale prende così atto a mezzo di atto deliberativo della sussistenza dei motivi di esclusione;
  • l'associato può impugnare il provvedimento entro un termine decorrente dalla data in cui gli è stata notificata la deliberazione, disponendo così la necessità che il provvedimento sia portato a conoscenza dell'escluso.

In considerazione di tali due principi, la decadenza del membro del consiglio direttivo dovrà pertanto essere deliberata da parte dello stesso consiglio convocato sul punto iscritto all'ordine del giorno della seduta. La deliberazione di decadenza dovrà essere successivamente portata a conoscenza del membro decaduto a mezzo di comunicazione scritta preferibilmente a mezzo di missiva raccomandata con avviso di ricevuta per documentare la spedizione e ricezione del provvedimento da parte del destinatario.
Successivamente alla deliberazione di decadenza sarà possibile provvedere alla nomina di altro membro secondo le modalità previste dallo statuto associativo, fatta comunque salva la possibilità da parte del membro dichiarato decaduto di esperire le azioni che riterrà opportune al fine di impugnare il provvedimento.

13. La nostra associazione iscritta al registro del volontariato si è dotata di un regolamento interno, approvato dall'assemblea, che disciplina le modalità di comportamento e azione dei propri aderenti. I nuovi associati devono essere messi a conoscenza di tale regolamento oltre che dello statuto? Quanto è vincolante il regolamento per i soci? Quali azioni disciplinari si possono intraprendere nei confronti di chi non lo rispetta?

Il regolamento di un'associazione rappresenta una fonte di doveri e di diritti vincolante per i soci al pari dello statuto, come del resto in genere le delibere degli organi sociali; per far sì che il regolamento abbia effettivamente un valore vincolante per coloro che aderiscono alla adesione dopo la sua delibera, è però necessario che lo stesso sia portato a conoscenza degli stessi all'atto della loro adesione. Ciò è vero a prescindere dalla circostanza che l'esistenza del regolamento sia espressamente prevista o meno dallo statuto, anche se la prima delle due ipotesi è senza dubbio da preferirsi.
L'unica azione disciplinare che può essere adottata nei confronti di un socio che contravvenga al disposto del regolamento è il provvedimento di esclusione. Questo può avvenire sulla base di espresse clausole statutarie, qualora lo statuto preveda questo tipo di sanzione; oppure per la norma generale di cui all'art. 24 c.c., secondo il quale l'associato può essere escluso al ricorrere di gravi motivi, tra i quali la dottrina in genere individua anche il rifiuto di uniformarsi alle delibere assembleari. Occorre comunque riferirsi sempre alla situazione concreta, per valutare in modo il più opportuno possibile la "gravità" dei motivi.

14. Per le dimissioni di un membro del direttivo è sufficiente la forma verbale?

L'art. 36, comma 1, c.c. prevede che: "L'ordinamento interno e l'amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi degli associati".
Il quesito posto fa supporre che né lo statuto, né l'eventuale regolamento di funzionamento del Consiglio direttivo diano alcuna indicazione a riguardo. Infatti, qualora l'accordo delle parti avesse previsto particolari formalità per le dimissioni (quali comunicazione verbale in occasione del Consiglio, comunicazione scritta o a mezzo A/R) il consigliere dovrebbe necessariamente adottarle.
Se il caso non è stato espressamente regolamentato, posto che le dimissioni da consigliere sono una comunicazione recettizia, ossia che produce effetto nel momento in cui giunge a conoscenza del soggetto a cui era destinata (Consiglio), si deve ritenere che possa essere adottata qualunque forma che consenta di raggiungere tale scopo, compresa la comunicazione verbale.
Naturalmente sia il consigliere che l'associazione hanno interesse che vi sia una prova scritta delle dimissioni. Pertanto è opportuno che il Consiglio riporti in un verbale le avvenute dimissioni e, se il consigliere non è presente, gli trasmetta a mezzo A/R una comunicazione dell'avvenuta ricezione delle dimissioni.

15. L'Associazione, che svolge un servizio telefonico di orientamento e collocamento a favore di anziani affetti da diverse patologie (alzheimer, parkinson, ecc...) in strutture che si occupano delle patologie stesse, chiede parere in merito alla conformità del trattamento dei dati da essa effettuato alla normativa sulla privacy. Il dato sensibile (idoneo a rivelare lo stato di salute dell'utente) viene raccolto per telefono e trattato solo in formato cartaceo: l'Ente si interroga sulle modalità da adottare per acquisire tempestivamente il consenso dell'interessato.

Il titolo V del Codice della Privacy disciplina il trattamento dei dati personali in ambito sanitario. Gli artt. 77 ss. prevedono modalità semplificate per informativa e consenso, che possono essere applicate dagli organismi sanitari pubblici [1] dagli organismi sanitari privati e dagli esercenti le professioni sanitarie [2] da altri soggetti pubblici indicati all'art. 80 del Codice [3].
L'art. 81 così dispone: "Il consenso al trattamento dei dati idonei a rivelare lo stato di salute, nei casi in cui è necessario ai sensi del presente codice o di altra disposizione di legge, può essere manifestato con un'unica dichiarazione, anche oralmente. In tal caso il consenso è documentato, anziché con atto scritto dell'interessato, con annotazione dell'esercente la professione sanitaria o dell'organismo sanitario pubblico". Nonostante il dato letterale di questa norma prenda in considerazione solo gli esercenti le professioni sanitarie e gli organismi sanitari pubblici, gli studiosi ritengono che il regime semplificato di prestazione del consenso sia applicabile agli esercenti le professioni sanitarie in genere e agli organismi sanitari, siano essi pubblici o privati.
L'associazione che chiede parere non rientra nelle categorie di soggetti sopra esaminate: essa dovrà perciò adottare alcuni accorgimenti così da adempiere alle prescrizioni generali dettate dal Codice in caso di trattamento di dati sensibili. Innanzitutto, i soggetti interessati andranno previamente informati, oralmente o per iscritto, circa i tratti salienti del trattamento (art. 13 d. lgs. 196/2003): finalità e modalità del trattamento; natura obbligatoria o facoltativa del conferimento dei dati; conseguenze di un eventuale rifiuto di rispondere; soggetti e categorie di soggetti ai quali i dati possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di responsabili o incaricati e l'ambito di diffusione dei dati medesimi; i diritti di cui l'interessato gode ai sensi dell'art. 7; gli estremi identificativi del titolare e, se designati, del rappresentante nel territorio dello Stato e del responsabile. I dati sensibili, inoltre, potranno essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell'interessato e previa autorizzazione del Garante (art. 26 d. lgs. 196/2003): a tal fine, l'associazione potrà servirsi delle Autorizzazioni Generali che periodicamente l'Autorità rilascia a grandi categorie di enti (nn. 2 e 3 del 2004).

  • Tra gli organismi sanitari pubblici sono compresi le aziende sanitarie locali e le aziende ospedaliere, gli ospedali presidi delle aziende locali, gli istituti di ricerca e cura a carattere scientifico pubblici, le farmacie pubbliche, gli ambulatori, gli enti che erogano sanità pubblica, la guardia medica, gli enti di ricerca e sperimentazione, le residenze sanitarie assistenziali.
  • Delle strutture sanitarie private fanno parte le case di cura private accreditate e non, gli ambulatori e i laboratori privati, le farmacie private, le aziende termali e le case di riposo. Per quanto riguarda gli esercenti le professioni sanitarie, essi sono liberi professionisti che, iscritti in albi o elenchi, esercitano la professione in qualità di medici chirurgi, odontoiatri, personale sanitario infermieristico, tecnico e della riabilitazione.
  • Della semplificazione si avvalgono anche i competenti servizi o strutture di soggetti pubblici operanti in ambito sanitario o della prevenzione e sicurezza del lavoro.

16. Siamo un'associazione di volontariato non iscritta al registro regionale del volontariato: in sede di costituzione abbiamo usufruito delle agevolazioni previste per la redazione degli atti e per le imposte di bollo; qualora non procedessimo all'iscrizione al registro, andremmo incontro a delle sanzioni amministrative in quanto non titolari delle suddette agevolazioni?

Con l'espressione generica di "agevolazioni tributarie" vengono indicati solitamente i diversi istituti, previsti nella normativa fiscale, diretti ad accordare un trattamento preferenziale a determinati soggetti d'imposta. Le agevolazioni sono introdotte in considerazione di particolari situazioni personali o in base a situazioni oggettive che necessitano di adeguata tutela. L'art. 8 della legge n. 266 del 1991 dispone che gli atti costitutivi delle organizzazioni di volontariato definite aII'art. 3 della medesima legge costituite esclusivamente per fini di solidarietà, e quelli connessi allo svolgimento delle loro attività sono esenti dall'imposta di bollo e dall'imposta di registro.
L'art. 6 secondo comma, della citata legge sancisce il principio che l'iscrizione ai registri è condizione necessaria per beneficiare delle agevolazioni fiscali secondo le disposizioni di cui all'art. 8. L'iscrizione al registro del volontariato è pertanto condizione essenziale per beneficiare delle agevolazioni in materia di imposta di bollo e imposta di registro da parte delle organizzazioni di volontariato riguardo agli atti di costituzione e di svolgimento della attività istituzionale. La mancata iscrizione determina pertanto la carenza del requisito necessario per beneficiare di tale agevolazione, con la conseguenza che l'Amministrazione finanziaria potrà recuperare le imposte non versare con maggiorazione di interessi e sanzioni non essendo presente il requisito essenziale della iscrizione dell'organizzazione al registro.

17. Siamo un'organizzazione di volontariato iscritta al registro del volontariato: abbiamo ricevuto un eredità un appartamento che successivamente è stato affittato (con regolare contratto registrato) ad una famiglia in difficoltà ad un affitto sensibilmente inferiore a quello di mercato. Ora, alla scadenza del contratto, la famiglia ha chiesto ed ottenuto da parte della nostra organizzazione di poter acquistare tale appartamento. Si vuole sapere se l'organizzazione sia tenuta al pagamento della tassa plusvalenza tenuto conto che alla data attuale il valore dell'immobile in bilancio, risulta essere pari alla rendita catastale mentre il valore di mercato risulta essere di gran lunga superiore. Precisiamo inoltre che l'Associazione non è il titolare di partita IVA.

Partiamo dalla fine, se l'associazione avesse la partita Iva sarebbe necessario valutare con attenzione, in base ai vari regimi fiscali e contabili adottati, uno studio di valutazione rispetto alla strumentalità del bene immobiliare oggetto di vendita. Fatta questa necessaria premessa, andiamo ora ad esaminare il caso.
La casistica è quella trattata dalla lettera b) del comma 1 dell'art. 67 del TUIR, modificato dall'art. 37 comma 38 del D.L. n. 223 del 4 luglio 2006 convertito dalla legge 4 agosto 2006 n. 248. Ricordiamo che secondo la lettera b) del comma 1 dell'art. 67 TUIR sono redditi diversi le plusvalenze realizzate mediante la cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni, esclusi quelli acquisiti per successione.
A seguito di questa norma, quindi, il trattamento fiscale nel caso di cessione di immobili acquisiti per donazione è stato uniformato a quello in cui l'acquisizione sia avvenuta a titolo oneroso.
Per ovvia conseguenza, è ora soggetta a tassazione la plusvalenza relativa alla cessione a titolo oneroso degli immobili acquisiti per donazione a condizione che non siano passati cinque anni dalla data di acquisito dell'immobile da parte del donante alla data di cessione.
Tutto questo nuovo regime è valido a partire dalle cessioni effettuate dal 4 luglio 2006 (Circolare Agenzia Entrate del 4-8-2006 n. 28/E).
Esistono due modi alternativi per assoggettare a tassazione tale plusvalenza, modi che andiamo di seguito a presentare.
Il primo modo. Tale modalità è regolamentata dal comma 496 dell'art. 1 della legge 23 dicembre 2005 n. 266. All'atto della cessione, è possibile chiedere al Notaio l'applicazione di un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito pari al 12,50%, che è stata successivamente incrementata al 20% per le cessioni con data successiva al 3 ottobre 2006. Questa opzione (che vale dal 2006) fa si che sia il notaio a determinare l'importo dell'imposta sostitutiva sulle plusvalenze, effettuare il versamento della stessa imposta (ricevendo ovviamente la somma dal venditore) e comunicare all'Agenzia delle Entrate il dato della cessione immobiliare, utilizzando in via telematica l'apposito modello previsto dalla legge.
Il secondo modo. E' possibile dichiarare la plusvalenza nel modello UNICO, nel QUADRO RL (vedi anche attuali istruzioni UNICO 2007 Quadro RL), poi riportare il totale dei redditi ed assoggettare all'imposta IRES.
In questo caso, però l'ente non profit è necessario che adotti un breve calcolo di convenienza. Infatti se l'ente può usufruire dell'agevolazione IRES al 50% (art. 6 DPR 601/1973) in tal caso versa le imposta con l'aliquota del 16.50% (50% del 33%), mentre se l'ente non può usufruire di tale agevolazione, l'aliquota IRES è al 33% e quindi risulta, a mio avviso, più conveniente ricorrere al primo caso, cioè alla tassazione sostitutiva sulle plusvalenze.
Infine, per determinare la plusvalenza, cioè la differenza positiva tra prezzo di vendita e costo di acquisto, si deve assumere come prezzo di acquisito (o di costruzione) quello sostenuto dal donante in base a quanto previsto dall'art. 68 comma 1 TUIR modificato dal comma 39 dell'art. 37 del D.L. 223/2006.

18. Siamo una OdV e vorremmo avere maggiori delucidazioni in merito alla differenza tra contabilità super semplificata, semplificata e ordinaria.

Innanzitutto dando per buone tutte le premesse fatte dall'associazione stessa, cioè che si tratta di OdV iscritta al registro e come tale svolgente solo attività istituzionale è necessario chiarire che i concetti relativi ai sistemi contabili che si andranno ad esporre si riferiscono esclusivamente ad enti titolari di partita Iva, aspetto che quindi dovrebbe già escludere, a prescindere, le OdV iscritte al registro. Fatta questa fondamentale premessa si vanno a presentare per sommi capi tali regimi contabili.


Contabilità super semplificata (art. 20, comma 3, D.P.R. n. 600/1973).

Tale regime si applica per gli enti non commerciali che nell'anno precedente non abbiano superato il limite di ricavi pari a 15.493,84 euro per le attività di prestazione di servizi e a 25.822,84 per le altre attività. Nei registri IVA oppure nel prospetto approvato dal Ministro delle Finanze con DM 11 febbraio 1997 devono annotare entro il 15 del mese successivo:

  • l'ammontare complessivo, distinto per aliquota, delle operazioni fatturate;
  • qualora non vi sia l'obbligo di fatturazione, le operazioni effettuate in ciascun mese;
  • i compensi e i corrispettivi delle operazioni non rilevanti ai fini IVA entro i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi;
  • il valore delle eventuali rimanenze di magazzino entro il termine previsto per le liquidazioni trimestrali dell'Iva;
  • l'importo complessivo imponibile mensile o trimestrale degli acquisti e delle importazioni, indicando la relativa imposta.

Regime di contabilità semplificata (art 18 D.P.R. n. 600/1973)

Per enti non commerciali che nell'anno precedente hanno realizzato ricavi commerciali non superiori a 309.874,14 euro (per le attività di prestazioni di servizi) o a 516.459,90 euro (per le altre attività). Gli adempimenti sono:

  • entro il termine per la presentazione della dichiarazione annuale devono essere fatte le annotazioni rilevanti ai fini della dichiarazione del reddito art. 9, D.L. n. 69/1989;
  • entro il termine per la presentazione della dichiarazione annuale devono essere indicate nel registro degli acquisti IVA il valore delle rimanenze (indicando distintamente per queste ultime le quantità e i valori per singole categorie di beni, in giacenza alla fine dell'esercizio, previste dagli articoli 59 e 61 del testo unico delle imposte sui redditi, con l'indicazione dei criteri seguiti per la valutazione) à art. 9, D.L. n. 69/1989;
  • entro sessanta giorni, i componenti positivi e negativi del reddito di impresa non risultanti dai registri tenuti ai fini dell'imposta sul valore aggiunto nonché le rettifiche ai componenti ivi indicati ai fini della determinazione del reddito art. 9, D.L. n. 69/1989.

Contabilità ordinaria (artt. 14 e segg. D.P.R. n. 600/1973)

Per gli enti non commerciali con ricavi dell'attività commerciale su base annua superire a 309.874,14 euro (per le attività di prestazione di servizi) o a 516.459,90 euro (per le altre attività) oppure per libera scelta. Gli adempimenti sono:

  • libro giornale e libro inventari artt 2216 e 2217 Codice Civile;
  • registri IVA obbligatori artt 24 e 25, DPR n. 633/1973;
  • scritture ausiliarie mastro dei conti dove registrare gli elementi patrimoniali e reddituali raggruppati in categorie omogenee;
  • scritture ausiliarie di magazzino obbligatorio solo per le associazioni che hanno conseguito ricavi annui per un importo superiore a 5.164.569 euro ed abbia rimanenze per un valore superiore a 1.032.913,80 euro;
  • registro dei beni ammortizzabili (non più obbligatorio dal febbraio 1997 ma opzionale);
  • libri sociali (all'art. 2421 C.C.);
  • Libro matricola e libro paga (art. 21 DPR n. 600/1973);
  • bilancio e inventario (dell'art. 2217 del C.C.).

19. Stiamo organizzando una raccolta pubblica di fondi per l'anniversario della costituzione della nostra associazione. Come OdV iscritta al registro regionale del volontariato possiamo realizzare delle attività di sponsorizzazione anche mediante cessione del marchio?

Il quesito presenta vari punti che necessitano di chiarimento, anche perché si ritiene che vada impostato il significato dei termini e le corrette attività fiscali sotto connesse.
Innanzitutto, dando per buone tutte le premesse fatte dall'associazione stessa, cioè che si tratta di OdV iscritta al registro e come tale svolgente solo attività istituzionale è necessario chiarire il concetto di sponsorizzazione anche riguardo alle prestazioni effettuati dalla società che vuole concedere una sponsorizzazione ad una associazione.
Necessita però un inquadramento delle problematiche presentate nel quesito in modo che l'associazione possa meglio orientarsi nella quotidianità relativamente a tali operazioni.
La sponsorizzazione è un contratto a prestazioni corrispettive con il quale lo sponsorizzato si impegna, dietro pagamento di un corrispettivo in denaro o in natura, ad associare (abbinare) per un certo periodo di tempo, nel corso di manifestazioni sportive (ma non solo), il nome (il prodotto, il marchio, i servizi o comunque l'attività produttiva) dello sponsor al proprio, rendendo esplicito che la manifestazione o la partecipazione dello sponsorizzato alla manifestazione è conseguente dell'onere sostenuto dallo sponsor. Caratterizzazione del contratto di sponsorizzazione è, come si diceva, la sinallagmaticità (reciprocità) tra lo sponsor e il soggetto sponsorizzato.
Secondo l'orientamento definito dalla prassi ministeriale e dalla sentenze della Corte di Cassazione (Corte di Cassazione, 19.1.1996, sentenze n. 428 e 429 e 1.8.1986, sentenza n. 6958, R.M. 9.8.1999 n. 137/E) si ha:
- sponsorizzazione, se fra la promozione di un nome o di un marchio e l'avvenimento agonistico uno specifico "abbinamento. In questo caso si verifica la relazione di connessione con lo spettacolo stesso. Infatti, nel contratto si sponsorizzazione l'impresa sponsorizzante utilizza il soggetto sponsorizzato quale veicolo della propria immagine; è dunque lo stabile abbinamento tra il nome dello sponsor e l'attività, che presuppone e determina l'esistenza della connessione tra il marchio dell'impresa e l'associazione sportiva.
Quindi le attività di sponsorizzazione sono sempre attività commerciali e come tali necessitano di partita IVA e relativa fatturazione.
A titolo informativo, però, si riporta che autorevole dottrina (Adriano Propersi) suffragata da prassi ministeriale si è espressa anche in maniera "favorevole" agli estensori del quesito, ma solo per le associazioni sportive, e per completezza di informazione andiamo di seguito ad esporre tale interpretazione, in modo che l'associazione che ha presentato il quesito possa liberamente valutare in piena libertà.
Il nocciolo intorno al quale ruota tutto è l'interpretazione del comma 1 dell'art. 25 della legge 133/99. Tale disposizione recita testualmente che : "per le società sportive dilettantistiche comprese quelle non riconosciute dal CONI o dalle federazioni sportive nazionali purché riconosciute da enti di promozione sportiva che si avvalgono dell'opzione di cui all'art. 1 della legge 16-12-1991 n. 398, e successive modificazioni, non concorrono a formare il reddito imponibile: a) i proventi realizzati dalle società nello svolgimento di attività commerciali connesse agli scopi istituzionali; b) i proventi realizzati per il tramite di raccolte di fondi effettuate con qualsiasi modalità".
La possibilità di escludere tali proventi da tassazione è altresì consentita solo se gli stessi vengono percepiti dall'associazione in maniera occasionale e saltuaria, e comunque per un numero complessivo non superiore a due eventi per anno e per importo stabilito con decreto ministeriale 10-11-1999, nella misura massima di Euro 51.645 per periodo d'imposta. Appare chiaro che la finalità della disposizione citata è quella di consentire alle associazioni sportive dilettantistiche quella di accedere ad ulteriori fondi di finanziamento, senza dover sopportare ulteriori oneri fiscali aggiuntivi. L'esenzione da tassazione è però subordinata alla condizione che queste attività, pur essendo di natura commerciale, siano connesse agli scopi istituzionali. Ai fini dell'individuazione di tali attività il Ministero delle Finanze, nella circolare n. 43/E del 8-3-2000, ha precisato che : " la connessione con gli scopi istituzionali comporta che le attività commerciali debbano essere strutturalmente funzionali alla manifestazione sportiva e rese in concomitanza con lo svolgimento della medesima...A titolo esemplificativo, possono annoverarsi fra gli anzidetti proventi quelli derivanti dalla somministrazione di alimenti e bevande, dalla vendita di materiali sportivi, di gadget pubblicitari, dalle sponsorizzazioni, dalle cene sociali, dalle lotterie, ecc.".
Quindi, alla luce dell'autorevole parere dottrinale e dell'interpretazione ministeriale, e ricorrendo tutti gli altri requisiti previsti dall'art. 25 della legge 133/99, i proventi derivanti da pubblicità e sponsorizzazione potrebbero rientrare nell'agevolazione considerata a condizione che tali a attività siano svolte in occasione di gare e competizioni sportive e dunque in conformità agli scopi che l'associazione si propone di raggiungere ma questo non si configura mai nel caso di attività svolte da associazioni di volontariato iscritte al registro e svolgenti solo attività istituzionali.
Per questo motivo non ritenendo che un'operazione di sponsorizzazione tramite cessione di un marchio possa essere un'attività marginale di un'organizzazione di volontariato, si esprime un parere non favorevole allo svolgimento di tale attività.

20. Nel caso i cui un socio venga escluso dall'associazione quali sono gli strumenti attivabili per tutelare il proprio diritto alla partecipazione associativa?

L'art. 24, comma 3 del Codice civile dispone che l'esclusione di un associato possa essere deliberata dall'assemblea solo per gravi motivi. Qualora venga deliberata, l'associato escluso può ricorrere all'autorità giudiziaria entro sei mesi dal giorno in cui gli è stata notificata la deliberazione.
La competenza ad escludere l'associato può essere attribuita ad altri organi associativi dalle pattuizioni statutarie. Inoltre, le norme pattizie possono prevedere che gli associati contro cui è stato adottato un provvedimento di esclusione possano rivolgere la loro contestazione ad un organo dell'associazione (es. collegio di probiviri, ovvero assemblea). Il ricorso all'organo interno all'associazione può essere facoltativo ovvero obbligatorio, nonché alternativo al ricorso all'autorità giudiziaria, ovvero pregiudiziale, in quest'ultimo caso l'associato dovrà necessariamente in primo luogo ricorrere all'organo associativo interno.
In ogni caso l'esclusione può avvenire solo per gravi motivi. Secondo la costante interpretazione giurisprudenziale, la gravità dei motivi deve essere valutata ai sensi dell'art. 1455 c.c. che prevede che, per costituire giusta causa di risoluzione del contratto, l'inadempimento di una parte (nel nostro caso dell'associato) deve essere di non scarsa importanza avuto riguardo all'interesse dell'altra (ossia dell'associazione).
Nel caso che lo statuto e/o l'atto costitutivo non prevedano nulla a riguardo, si applicherà l'art. 24, comma 3 c.c., che anche se dettato per le associazioni con personalità giuridica trova applicazione anche per le associazioni non riconosciute quali sono abitualmente le OdV. L'associato pertanto qualora subisca un provvedimento di esclusione potrà sottoporre tale valutazione al vaglio del tribunale, entro sei mesi dalla sua ricezione.
Il tribunale valuterà innanzi tutto il rispetto delle norme procedurali previste dal Codice civile ovvero dall'atto costitutivo e/o dallo statuto. Verificherà quindi che l'esclusione sia stata assunta dall'organo competente, con le modalità previste, e che sia stata correttamente comunicata all'associato escluso.
Anche la motivazione che ha giustificato l'esclusione è sottoposta al vaglio del giudice che accerterà l'effettiva sussistenza della causa di esclusione, posta a fondamento della detta deliberazione, e la sua inclusione fra quelle previste dalla legge o dallo statuto, nonché la congruità della motivazione adottata per sostenere la gravità della condotta dell'escludendo.
Naturalmente, l'adozione di clausole che prevedano una descrizione puntuale delle condotte che sono causa di esclusione, limiterà la discrezionalità del giudice nell'accertamento; al contrario, l'utilizzazione di clausole di stile o generiche (es. contrarietà all'interesse dell'associazione), richiederà al giudice di valutare anche la proporzionalità tra le conseguenze del comportamento addebitato all'associato e la definitività del provvedimento espulsivo.

21. Dobbiamo provvedere all'assicurazione dei nostri volontari e abbiamo visto che il D.M. 14-02-92 prevede la stipula di polizze in forma nominale e in forma collettiva. Quali sono le differenze e come dobbiamo rapportarci con l'assicurazione.

In estrema sintesi, si segnala che il decreto ministeriale 14 febbraio 1992 prevede (i) la possibilità per le OdV di stipulare assicurazioni sia numeriche che collettive o nominative (art. 2), (ii) l'obbligo per le OdV di tenere un registro degli aderenti che svolgono attività di volontariato (art. 3) e (iii) la comunicazione, entro trenta giorni, alla regione di appartenenza e all'Osservatorio Nazionale per il Volontariato dell'avvenuta stipulazione delle assicurazioni.
Le polizze numeriche e quelle collettive consentono di instaurare con la compagnia di assicurazione un unico rapporto contrattuale, il quale, però, genera una pluralità di rapporti assicurativi che riguardano una molteplicità di soggetti. Generalmente si utilizza la forma della polizza numerica quando si vogliono assicurare i volontari tutti nello stesso modo, senza onere di comunicare durante l'anno le variazioni dei volontari; infatti, è sufficiente un'unica regolazione annuale, a consuntivo, del numero dei volontari. E' preferibile, invece, la forma delle polizza collettiva o nominativa, quando si vogliono assicurare solo alcuni volontari o quando si vogliono assicurare volontari a termini e condizioni diverse. In questo caso, diversamente da quanto accade per le polizze numeriche, è fondamentale comunicare tempestivamente all'assicurazione eventuali variazioni dei soggetti assicurati.
Ad ogni modo, si consiglia, prima di tutto, di individuare con chiarezza ed esattezza i rischi connessi con le attività svolte dai vari volontari e quindi di individuare tutti i potenziali rischi. In secondo luogo, di contattare un'assicurazione che abbia maturato una certa esperienza nel mondo del volontariato e che ne conosca le peculiarità. Verso l'assicurazione, infine, è consigliabile un atteggiamento di chiarezza e trasparenza, al fine di consentire alla stessa di proporvi coperture e massimali appropriati e diversificati, nel caso in cui i volontari svolgano attività che comportano rischi o conseguenze tra loro diversi.

22. Nello statuto della nostra associazione non riconosciuta non è stato fatto alcun riferimento alla durata (determinata o indeterminata) del patto associativo. Si tratta di una grave omissione?

L'art. 16, primo comma, del codice civile stabilisce i contenuti minimi di uno statuto di associazione riconosciuta, che sono: la denominazione dell'ente, l'indicazione dello scopo, del patrimonio e della sede, le norme sull'ordinamento interno e sull'amministrazione, i diritti e gli obblighi degli associati e le condizioni della loro ammissione.
L'art. 36, primo comma, invece, dispone che l'ordinamento e l'amministrazione interna di un'associazione non riconosciuta sono regolati dagli accordi degli associati.
Ai fine della costituzione di un'associazione non riconosciuta, quindi, è necessario e sufficiente che siano indicati lo scopo, le condizioni per l'ammissione degli associati e le regole sull'ordinamento interno e l'amministrazione.
Per quanto riguarda la durata dell'associazione, si precisa che la stessa non risulta essere una previsione statutaria obbligatoria né per le associazioni riconosciute, né per quelle non riconosciute. Ciò nondimeno, generalmente, gli statuti contengono una disposizione relativa alla durata dell'associazione, sia essa costituita per un periodo di tempo predeterminato, sia essa costituita per una durata illimitata. Pertanto, nel caso di specie, non essendo stata indicata alcuna durata, si ritiene che l'associazione verrebbe semplicemente considerata come costituita per una durata illimitata.
In conclusione, si suggerisce, in occasione di altre ed eventuali modifiche allo statuto dell'associazione, di introdurre una clausola statutaria relativa alla durata limitata o illimitata dell'associazione; non è, quindi, necessario procedere ad una modifica dello statuto per il solo motivo di inserire una clausola relativa alla durata.}

23. Siamo un'organizzazione di volontariato iscritta al registro e nel corso dell'anno abbiamo pagato dei professionisti con partita IVA. Quali sono gli adempimenti cui saremo soggetti il prossimo anno?

Si evidenziano di seguito i passaggi da fare nel quesito sopra prospettato:

  • Verificare che è stata trattenuta e versata la ritenuta d'acconto pari al 20% del compenso professionale. Ricordiamo che la ritenuta va versata entro il 16 del mese successivo a quello di pagamento del compenso. Il versamento va effettuato a mezzo modello F24 con codice tributo 1040.
  • Entro il 28 febbraio dell'anno successivo a quello di pagamento dei compensi (verificare annualmente detta scadenza , quest'anno era ad esempio al 15 marzo) va predisposta ed inviata ad ogni singolo professionista, la certificazione dei compensi dell'anno precedente, con l'ammontare del compenso corrisposto e delle ritenute trattenute e versate. Si ricorda di predisporre le certificazioni in duplice copia, una per l'associazione (firmata per ricevuta o inviata per raccomandata) e l'altra per il professionista.
  • Entro il 30 settembre dell'anno successivo a quello del pagamento dei compensi predisporre e trasmettere telematicamente il modello 770 con il quale si comunicano all'Agenzia delle Entrate della Repubblica Italiana: i collaboratori dell'associazione, gli importi per ogni singolo collaboratore e le ritenute trattenute e versate. Si ricorda che tale modello può essere trasmesso autonomamente dall'associazione oppure a mezzo degli intermediari abilitati (lista nazionale degli intermediari disponibile presso l'Agenzia delle Entrate).
  • Nel caso in cui non si siano dipendenti, co.co.pro. o collaboratori occasionali e l'associazione non abbia partita IVA, non è necessario in base alle vigenti leggi, predisporre la dichiarazione IRAP da trasmettere insieme con il modello UNICO ENC (entro il 31 ottobre dell'anno successivo a quello del pagamento). A tal proposito (del modello UNICO ENC), è necessario apporre un indispensabile pro-memoria. L'associazione di cui trattasi deve aver esclusivamente codice fiscale e svolgere quindi attività istituzionali oppure le attività previste dalla legge 266/91, in quanto nel caso in cui l'associazione abbia partita IVA, è necessario che la stessa segua uno dei regimi contabili previsti dalla normativa fiscale italiana e di rediga l'UNICO ENC di conseguenza (avendo le associazioni con partita IVA sempre l'obbligo di redarre l'UNICO).
  • Conservare per cinque anni il modello 770, la relativa certificazione di trasmissione telematica, la copia delle certificazioni inviate ai professionisti e i modelli F24 versati (unitamente agli estratti conto relativi).

24. Stiamo modificando la denominazione dell'associazione. Oltre alla registrazione delle modifiche dello statuto ci sono altri adempimenti da assolvere?

Il mutamento della denominazione di un ente, pur mantenendo l'identità del soggetto, determina la modificazione del nome distintivo dell'ente medesimo. Tale modificazione deve essere pertanto portata a conoscenza sia delle istituzioni pubbliche sia dei soggetti privati con i quali l'ente associativo intrattiene rapporti contrattuali (banca, posta, proprietà immobile concesso in locazione all'associazione,...) e convenzionali (comune, asl, ...).
In relazione alle istituzioni pubbliche la notificazione di mutamento di denominazione dovrà essere rivolta all'Agenzia delle Entrate territorialmente competente per quanto concerne le modifiche da apportare agli estremi del codice fiscale.
Nel caso in cui l'associazione sia anche una Onlus la notificazione, sempre rivolta alla D.R.E. competente, dovrà riguardare l'aggiornamento del dato nominalistico risultante dall'anagrafe delle Onlus. Per le associazioni di volontariato iscritte al Registro regionale, il mutamento di denominazione andrà notificato l'ufficio del volontariato competente.
Qualora poi l'associazione abbia chiesto e ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica, la notificazione dovrà essere rivolta anche alla Regione a mezzo di deposito di copia autentica dell'atto pubblico notarile di modificazione dell'atto Costitutivo e dello statuto.

25. La nostra organizzazione di volontariato fra pochi giorni rinnova il proprio consiglio direttivo: non avendo ricevuto candidature per la carica di consigliere, è probabile che non riusciremo a raggiungere il numero minimo di consiglieri fissato in statuto, pari a cinque. Vorrei sapere che cosa accade in questo caso, visto che lo statuto stesso non ne fa menzione. In particolare vorrei sapere se in caso di mancata nomina del nuovo consiglio direttivo, resta in carica quello uscente e si procede a riconvocare una nuova assemblea dopo aver raccolto un numero utile di candidature.

Le indicazioni di seguito suggerite andrebbero vagliate alla luce dello statuto. Fatto salvo che lo statuto stesso non preveda la necessità della previa candidatura quale condizione di eleggibilità, una possibilità concreta per costituire il nuovo consiglio direttivo potrebbe essere che i partecipanti all'assemblea votino comunque gli associati che intendono eleggere. A quel punto è possibile che coloro che sono stati votati, preso atto della fiducia riposta in loro, accettino la carica, magari per un periodo transitorio.
Qualora non accettino, salvo particolari previsioni dello statuto, il Consiglio Direttivo dimissionario resterà in carica per convocare una nuova assemblea elettiva.
Nel caso in cui il numero minimo dei membri del Consiglio Direttivo previsto dallo statuto sia troppo numeroso per le dimensioni attuali dell'associazione, potrà essere possibile modificare lo statuto stesso riducendo il numero dei componenti; tuttavia riteniamo improbabile che sia possibile proporre una simile modifica già nella prossima assemblea.
Ciò perché probabilmente lo statuto prevederà che l'ordine del giorno venga comunicato in anticipo, oltre al fatto che una modifica statutaria spesso prevede un quorum qualificato. Inoltre lo statuto potrebbe comunque prevedere particolari quorum per la validità dell'assemblea.

26. Siamo un'associazione non riconosciuta e non iscritta al Registro del volontariato. Ci è stata proposta la donazione di un immobile e vorremmo sapere se è possibile accettarla o se è necessario acquistare la personalità giuridica o iscriversi al registro delle organizzazioni di volontariato.

Nello status di associazione non riconosciuta e non iscritta al Registro regionale delle organizzazioni di volontariato è certamente possibile procedere all'accettazione della donazione di un immobile, come da voi prospettato, in virtù dei cambiamenti apportati dalla L.192/2000.
La normativa, recependo anche le esigenze sempre maggiori provenienti dalla società civile e i cambiamenti già avvenuti in materia di organizzazioni di volontariato e ONLUS, ha provveduto alla abrogazione esplicita delle norme del codice civile che vietavano agli enti senza personalità giuridica di accettare donazione ed eredità. Di conseguenza non è necessario che la vostra associazione ottenga il riconoscimento della personalità giuridica: l'art.786 c.c. che recitava "la donazione a favore di un ente non riconosciuto non ha efficacia, se entro un anno non è notificata al donante l'istanza per ottenere il riconoscimento....." è stato appunto abrogato dalla legge 192 del 2000.
Il vincolo di subordinazione che legava l'accettazione della donazione all'ottenimento del riconoscimento giuridico è quindi scomparso con il nuovo assetto della disciplina definito dal legislatore.
Nel caso della vostra associazione è invece consigliabile l'iscrizione al Registro regionale delle organizzazioni di volontariato soprattutto al fine di godere di una maggiore garanzia in favore degli amministratori dell'associazione. Infatti, ampliandosi l'esercizio delle possibilità patrimoniali dell'ente, è ben possibile che si amplino le vostre attività e perciò grazie alla legge 266/1991, legge quadro sul volontariato, l'associazione iscritta godrebbe di una regolazione più chiara, semplice e unitaria in materia di assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi, quanto relativamente ai rapporti con gli Enti Pubblici.
L'iscrizione al registro, da ultimo, risulterebbe agevolativa anche in relazione alle problematiche fiscali e tributarie relative tra l'altro al possesso di un bene immobile.

27. Siamo un'organizzazione di volontariato iscritta nel registro regionale del volontariato. Come si individua e si gestisce un'attività economica marginale?

Le entrate derivanti da attività economica marginale si individuano così come indicato dai tecnici del Ministero delle Finanze con il decreto del 25-5-1995.
Vale a dire sono attività commerciali e produttive marginali, le seguenti:

  • attività di vendita occasionale o iniziative occasionali di solidarietà svolte nel corso di celebrazioni o ricorrenze o in concomitanza a campagne di sensibilizzazione pubblica verso i fini istituzionali dell' organizzazione di volontariato;
  • attività di vendita di beni acquisiti da terzi a titolo gratuito a fini di sovvenzione, a condizione che la vendita sia curata direttamente dall'organizzazione senza alcun intermediario;
  • attività di somministrazione di alimenti e bevande in occasione di raduni, manifestazioni, celebrazioni e simili a carattere occasionale;
  • attività di prestazioni di servizi rese in conformità alle finalità istituzionali, non riconducibili all'art. 111 del Testo Unico, verso pagamento di corrispettivi specifici che non eccedano del 50% i costi di diretta imputazione.

Le attività sopra elencate devono essere svolte:

  • in funzione del diretto realizzo della finalità di tipo istituzionale dell'associazione di volontariato;
  • senza l'impiego di mezzi organizzati professionalmente per fini di concorrenzialità sul mercato, quali l'uso di pubblicità dei prodotti, di insegne elettriche, di locali attrezzati secondo gli usi dei corrispondenti esercizi commerciali, di marchi di distinzione dell'impresa.

La gestione delle sopraelencate attività va fatta, ad avviso di chi scrive, osservando alla lettera quanto indicato ovvero non eccedendo nelle manifestazioni e nelle raccolte fondi periodiche e di conseguenza non mascherando un'attività commerciale continuativa ed abituale con un regime di occasionalità.
Inoltre per ogni singola manifestazione occasionale si consiglia di tenere un apposito rendiconto delle entrate e delle uscite (in aggiunta ai documenti da tenere in contabilità).

28. Siamo un'associazione di volontariato iscritta al registro ma senza personalità giuridica. In caso di debiti chi risponde patrimonialmente?

Elemento caratteristico fondamentale di un'associazione dotata di personalità giuridica è la cosiddetta autonomia patrimoniale perfetta : vale a dire che il patrimonio dell'ente si distingue nettamente da quello degli associati, degli amministratori e di qualunque altro soggetto.
Al contrario un'associazione priva di personalità giuridica, si suol dire, sia dotata di autonomia patrimoniale imperfetta poiché è previsto che per le obbligazioni sociali, in aggiunta alla responsabilità patrimoniale del fondo comune, via sia anche la responsabilità personale e solidale verso i terzi di coloro che agiscono in nome e per conto dell'associazione.
Infatti l' art. 38 del cod. civ. stabilisce che, per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l'associazione, i terzi possono far valere i propri diritti sul fondo comune, inoltre delle obbligazioni stesse "rispondono, anche personalmente e solidalmente, coloro che hanno agito in nome e per conto dell'associazione".

29. Quali attività occorre svolgere per effettuare modifiche statutarie e dell’atto costitutivo delle Odv?

Preliminarmente è utile distinguere tra associazioni riconosciute ed associazioni non riconosciute (forma giuridica, quest’ultima, che è generalmente preferita ed adottata dalle Odv).
Considerare tale distinzione è necessario perché il Codice civile prescrive (art. 14) che per la costituzione di un'associazione riconosciuta si deve utilizzare la forma solenne dell’atto pubblico (presso un notaio), poiché senza tale formalità non si può chiederne il relativo riconoscimento (con un procedimento assolutamente indipendente e diverso dall’iscrizione nei registri del volontariato e che comporta la cosiddetta autonomia patrimoniale e la limitazione di responsabilità degli amministratori per le obbligazioni assunte per conto dell’associazione).
Nessuna forma solenne è invece prevista per la costituzione e per la formulazione dell’atto costitutivo e dello statuto di un'associazione non riconosciuta. In questo caso l’associazione prende vita da un atto di autonomia contrattuale, il contratto di associazione, e contrattuale sarà anche il rapporto che unisce tra di loro i vari associati. L’atto costitutivo dell’associazione è, dunque, un contratto di natura associativa, nonché (semplicemente) consensuale: il vincolo contrattuale tra le persone (promotori) che la costituiscono, cioè, si perfeziona in seguito al mero accordo intercorso tra di loro (rappresentato anche dalla semplice manifestazione della volontà di svolgere in forma stabile un’attività di comune interesse specificata nell’oggetto degli atti costitutivi dell’associazione) che assumeranno la qualità di associati. In tale caso, comunque, sarà necessario adottare quantomeno la forma della scrittura privata al fine di poter dimostrare l’avvenuta costituzione dell’associazione e le relative caratteristiche, nonché per poter dar luogo 1) alla sua registrazione presso l’Agenzia delle Entrate e 2) la sua iscrizione nel Registro regionale delle organizzazioni di volontariato, onde poter accedere ai relativi contributi e godere delle connesse agevolazioni fiscali.
Il contratto associativo è aperto all’adesione illimitata di nuovi membri, senza necessità di modificare l’atto costitutivo (si tratta, infatti, di un cosiddetto contratto a struttura aperta), ed è normalmente composto da due distinti documenti, l’atto costitutivo e lo statuto, che insieme formano un atto unitario (benché, teoricamente, per le associazioni non riconosciute lo statuto possa addirittura mancare ove l’atto costitutivo abbia sufficienti elementi per chiarire il contenuto del contratto associativo ed il funzionamento dell’associazione).
Schematicamente, dunque, l’atto costitutivo e lo statuto dell’associazione possono essere redatti in una delle seguenti forme:
a) atto pubblico, se stipulati da un notaio (o da altro pubblico ufficiale autorizzato) con le debite formalità, forma obbligatoria solo per le associazioni che intendono ottenere il riconoscimento della personalità giuridica;
b)scrittura privata autenticata, se stipulati dall’assemblea costituente che provvede poi successivamente a farli autenticare da un notaio o altro pubblico ufficiale autorizzato;
c) (quantomeno) scrittura privata registrata, se redatti dall’assemblea che provvede poi a depositarli presso l’Ufficio del Registro dell’Agenzia delle Entrate (garantendo, così, anche data certa ala scrittura privata).
Qualora sorga la necessità di apportare delle modifiche al contenuto dell’atto costitutivo e/o dello statuto, come, ad esempio, nel caso in cui vi sia il bisogno di cambiare la denominazione e/o la sede dell’associazione, l’atto di modifica dell’atto costitutivo e/o dello statuto andrà redatto nella stessa forma di quest’ultimi (di solito la scrittura privata registrata) indicando gli estremi della precedente registrazione ed andrà presentato all’Ufficio del Registro dell’Agenzia delle Entrate e presso il Registro regionale delle organizzazioni di volontariato.
In particolare, si precisa che ove l’atto costitutivo dell’associazione sia stato redatto per atto pubblico, la sua modifica deve avvenire per atto pubblico, perciò il verbale dell’assemblea straordinaria dovrà essere redatto in presenza di un notaio che fungerà da segretario verbalizzante. Nel caso (più generale) in cui, invece, l’atto costitutivo fosse una scrittura privata sottoposta a registrazione, si dovrà provvedere alla registrazione presso i suddetti del verbale dell’assemblea straordinaria che ha approvato le modifiche al quale sarà allegato il nuovo statuto.
L’assemblea straordinaria dell’associazione dovrà essere appositamente convocata per discutere delle modifiche all’atto costitutivo e/o allo statuto, convocazione che dovrà puntualmente riportare nell’ordine del giorno l’intento di discutere tali argomenti.
L’assemblea straordinaria dell’associazione sarà chiamata a deliberare, quindi, secondo i quorum costitutivi e deliberativi previsti, in merito alle variazioni che si intendono apportare.
Negli statuti è generalmente specificato (eventualmente distinguendo tra Assemblea ordinaria e straordinaria e tra prima e seconda convocazione) il numero di soci che devono essere presenti affinché la riunione assembleare possa considerarsi validamente costituita (cd. quorum costitutivo) e il numero minimo di voti favorevoli necessario perché la delibera sia valida e applicabile (cd. quorum deliberativo), e l’atto costitutivo e/o lo statuto sia quindi modificato
La modifica statutaria in genere richiede delle maggioranze particolari legate alla delicatezza degli argomenti trattati, con riferimento soprattutto agli effetti che possono produrre in capo all’OdV decisioni che mutano quanto stabilito in sede di costituzione della stessa.
Per dare data certa alla delibera dell’assemblea si consiglia (come sopra già evidenziato) la registrazione del verbale, cui verrà allegato lo statuto nella nuova versione.
Normalmente (consigliando, comunque, di acquisire preventivamente apposite informazioni presso i relativi Uffici locali, potendo essere nel frattempo intercorse delle relative variazioni) le modifiche apportate all’atto costitutivo e/o allo statuto dovranno essere registrate presso l’Ufficio del Registro presso l’Agenzia delle Entrate entro venti giorni. A tal fine si dovranno fornire due copie dell’atto costitutivo e dello statuto in originale, appositamente firmate, nella nuova versione modificata, il verbale dell’assemblea straordinaria in cui si sono approvate le modifiche e la ricevuta dell’avvenuto pagamento tramite F23 bancario dei tributi dovuti per la registrazione. Questi variano a seconda del tipo di associazione, andando (sino ad ora) da un minimo di 5,16 € per le Organizzazioni di Volontariato a un massimo di € 168,00 per le ONLUS.

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